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Il plantare sportivo: parla l’esperto Marco Davini

Per la rubrica approfondimenti, Michelotti intervista il suo esperto di plantari, il Dott. Marco Davini.

 

Plantare sportivo Michelotti

Che differenza c’è tra un plantare sportivo e un plantare classico? 

La differenza principale tra un plantare classico e uno sportivo sta nell’uso: mentre il primo accompagna la persona nella vita di tutti i giorni, il plantare sportivo deve rispondere alle sollecitazioni che il piede riceve durante l’attività sportiva, sollecitazioni ben più intense rispetto a quelle a cui viene sottoposto il piede normalmente. La differente risposta a questo tipo di attività viene fornita grazie all’uso di materiali differenti, spesso più flessibili e performanti, che possono variare anche in base al peso stesso della persona.

 

Quali passi vengono seguiti per la progettazione e la realizzazione di un plantare sportivo?

Prima di tutto viene fatta una visita baropodometrica per monitorare gli appoggi del piede, sia quando il paziente è fermo che quando è in movimento; a seguire viene presa l’impronta del piede in posizione neutra, con bende gessate o schiume fenoliche.

Una volta lavorato il gesso e preparato lo stampo, viene realizzato un plantare con anima flessibile e rivestimento più o meno spesso, in base allo sport specifico che l’atleta andrà a fare.

 

Qual è la vita media di un plantare di questo tipo?

Solitamente la durata di un plantare va in base all’utilizzo e al tipo di materiale con cui viene costruito, quindi l’età media può variare in base a molti fattori; sta di fatto che, ogni sei mesi a seguire, verrà effettuato un controllo, che ha il duplice scopo di controllare lo stato del prodotto e di mantenere un rapporto duraturo e costante con il cliente.

 

Se avessi bisogno di un plantare sportivo, cosa posso fare per averne uno su misura?

Sicuramente il primo passo verso un piede più sano è quello di contattarci subito e prendere appuntamento per un’analisi strumentale!

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LE SFIDE: LA STORIA DI ROBERTO PUNZO

Lo sport paralimpico è un modo diverso di pensare lo sport, che valorizza la partecipazione nell’ottica dell’inclusione sociale.

Roberto Punzo, militare dell’Esercito Italiano, è da poco tornato dal Carlton Irish Para-Badminton International di Dublino, al quale ha partecipato… ecco la sua storia.

IMG_0912Ci racconti qualcosa di te? Nome, cognome, età, professione…
Il mio cordiale saluto a tutti i lettori di questo blog! Mi presento: Roberto Punzo, 51 anni, militare dell’Esercito Italiano, in servizio con la mia disabilità, una condizione di servizio che testimonia come la nostra Repubblica sia tuttora uno Stato di diritto, capace di far fronte a sfide sociali, anche se molto c’è ancora da fare…

Come hai conosciuto Ortopedia Michelotti? Che supporto ti ha offerto?
Ho conosciuto l’Ortopedia Michelotti in occasione dell’edizione 2015 di FOLGORE NO LIMITS, un’altra pagina di storia positiva e fattiva della convivenza sociale italiana, organizzata dalla Brigata Paracadutisti dell’Esercito Italiano a Livorno, in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico: una giornata che ha visto protagonisti circa 900 studenti delle scuole di Livorno, con i loro insegnanti, genitori, familiari e i paracadutisti della Folgore. Una straordinaria occasione di incontro, confronto e sostegno, grazie alla presenza di agenzie sociali e aziende del territorio, coinvolte nella costruzione di un quotidiano migliore per tutti coloro che, con la propria disabilità, vogliono felicemente continuare a vivere la propria quotidianità. Ne ho beneficiato anch’io! Avevo bisogno di una carrozzina per praticare il para-badminton, uno sport che mi ha subito affascinato, dopo averne fatto conoscenza a marzo, in occasione di un raduno del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, gruppo nato per promuovere e favorire la pratica sportiva dei militari con disabilità. Il personale dell’Ortopedia Michelotti è stato pronto e generoso, fornendomi l’ausilio desiderato.

Come affronti la disabilità nel quotidiano?
La disabilità è una condizione che arricchisce la mia esperienza di vita. Permette il lusso di tentare di sfuggire all’omologazione, a quell’assimilazione che porta a dimenticare le differenze che connotano, singolarmente, ciascuno di noi. Le persone senza disabilità mi sembrano un po’ distratte in tal senso. Della differenza non bisogna aver paura, occorre valorizzarla. Lo sport paralimpico è un modo diverso di pensare lo sport, che valorizza la partecipazione nell’ottica dell’inclusione sociale.

IMG_0911Sappiamo che hai partecipato al Carlton Irish Para-Badminton International di Dublino: di cosa si tratta?
Si tratta di un mio sogno realizzato, grazie anche alla carrozzina fornitami dall’Ortopedia Michelotti… Con il sostegno della Federazione Italiana Badminton (F.I.Ba.) e dell’Esercito Italiano, ho partecipato a questo torneo internazionale di para-badminton in Irlanda. Le circostanze hanno fatto sì che fossi il primo giocatore italiano a poter risultare classificato nella classe WH2 (paraplegia). Mi sono trovato così a competere con giocatori decisamente più esperti e forti di me, in particolare asiatici. Dal punto di vista del risultato tecnico, devo dire che sono state le sconfitte forse più costruttive che avrei potuto immaginare, essendo riuscito anche ad aumentare costantemente i punti realizzati nelle tre gare. Ma ci tengo a sottolineare il pieno successo della partecipazione, perché tra le Federazioni internazionali quella italiana era da tempo attesa nel para-badminton. Il badminton è il terzo sport più praticato nel mondo e il para-badminton sarà sport dimostrativo alle paralimpiadi di Rio nel 2016, per poi essere parte del programma ufficiale a Tokyo nel 2020. Sono felice e onorato di far parte di questo movimento sportivo e intendo proseguire. Mi piacerebbe che tanti ragazzi e ragazze con disabilità provassero il para-badminton, che esalta dinamismo e reattività dei giocatori. Vorrei che tutti provassero il piacere di scoprire o riscoprire, nella disabilità, qualità non manifeste del proprio fisico, grazie al gioco del para-badminton. Partecipare al torneo di Dublino con soli due mesi di pratica sportiva è stato il risultato di una sfida vinta grazie alla sinergia tra la F.I.Ba. e l’Esercito Italiano, i cui militari e le cui strutture sono parte integrante della società e risorsa di capacità, competenze e determinazione sempre a disposizione della comunità nazionale.

Copia di 8Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Continuare nell’attività sportiva. Pratico anche il tiro con l’arco olimpico, da circa un anno, e sarò a Padova per disputare il campionato italiano di para-archery, l’11 e 12 luglio prossimi. Inoltre, dall’8 al 13 settembre si svolgeranno a Stoke Mandeville, in Inghilterra, i mondiali di para-badminton. Mi piacerebbe esserci: a Stoke Mandeville, dove si trova l’ospedale con il più grande reparto di lesioni spinali in Europa, è nato il paralimpismo, proprio per permettere ai militari feriti, veterani della seconda guerra mondiale, la riabilitazione e il reinserimento sociale grazie allo sport. Ho già avuto l’onore di partecipare agli INVICTUS GAMES lo scorso anno a Londra, competizioni volute dal Principe Harry, a cui ha aderito con slancio lo Stato Maggiore della Difesa italiano, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del rispetto per chi ha servito il proprio Paese e ha rispettato, in quanto militare, una volontà politica democraticamente determinata. La tappa a Stoke Mandeville, nel mio percorso sportivo, sarebbe estremamente significativa.

Che messaggio vorresti lasciare a chi si trova ad affrontare una disabilità?
Per cogliere le occasioni che, anche sorprendentemente, la nuova condizione offre, occorre chiedere aiuto, lasciare che l’orgoglio lasci spazio all’altro che può aiutarti.

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Le sfide: intervista a Emiliano Malagoli

Non sono un pazzo né un super uomo: sono solo convinto che se si desidera veramente qualcosa si può raggiungere, perciò è importante credere sempre in se stessi e non mollare mai!

Abbiamo intervistato Emiliano Malagoli, un ragazzo appassionato di motociclismo che nel 2011 ha perso la gamba destra a seguito di un incidente in moto, ma non per questo ha perso la voglia di correre e di gareggiare in sella alla sua Ducati.

Ecco la sua testimonianza.

Emiliano Malagoli

Emiliano Malagoli

Nome, età, impiego attuale?
Mi chiamo Emiliano Malagoli , ho 39 anni e seguo a tempo pieno le attività della Onlus Diversamente Disabili www.diversamentedisabili.it 

Come affronti la disabilità nel quotidiano?
Sin dal primo giorno ho affrontato la mia disabilità in maniera positiva, anche perché a farsene un problema non si fa che peggiorare le cose. Da qui nasce il mio impegno quotidiano ad agevolare la vita delle persone disabili attraverso la mia passione, ovvero il motociclismo: il mio impegno nell’ambiente delle due ruote per disabili ottiene risultati sia a livello civile (patenti per persone con disabilità) sia a livello sportivo, avendo creato il primo campionato al mondo di piloti artolesi o portatori di protesi.

Come hai conosciuto Ortopedia Michelotti? Che supporto ti ha offerto?
Conoscevo già di nome Ortopedia Michelotti poiché abito in Toscana. Con l’incidente ho commissionato la mia prima protesi a un altro Centro ortopedico, ma in seguito ho potuto apprezzare le notevoli differenze rispetto al centro precedente: Michelotti ti segue e ti ascolta come persona, come essere umano e non come un numero. Inoltre, la disponibilità che ho ricevuto dallo staff Michelotti non ha rivali.

Cosa ti ha spinto a fondare l’associazione Di.Di., e di cosa si tratta esattamente?
Ciò che mi ha spinto a fondare questa associazione a supporto dei disabili è stato il livello di confusione e poca chiarezza che Italia c’è sull’argomento patenti con disabilità. Nonostante esista una legge ben scritta, ogni motorizzazione e commissione medica applica la legge a suo piacimento: ad esempio, non è infrequente che un disabile ottenga informazioni diametralmente differenti a seconda di quale commissione medica regionale o provinciale consulti. Inoltre, a livello sportivo, non esisteva ancora alcuna associazione riguardo al motociclismo per disabili: da qui l’ idea di creare corsi in pista e un campionato dedicato, il primo al mondo. In un solo anno siamo passati da 3 a 25 piloti. Penso che stiamo facendo un ottimo lavoro, calcolando le ingenti spese e nessun aiuto da parte di istituzioni o CIP.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I miei progetti futuri mirano a migliorare la vita delle persone disabili e permettere loro di seguire le proprie passioni; vorrei riuscire a incrementare le attività della ONLUS con corsi con moto multiadattate; mi piacerebbe anche organizzare incontri di educazione stradale nelle scuole, perché credo che non ci sia miglior lezione che quella fatta da chi veramente in strada ha perso una parte di se stesso: l’esperienza pratica vale più di molta teoria.

Che messaggio vorresti lasciare a chi si trova ad affrontare una disabilità?
Il mio consiglio per un disabile è quello di non vedere la propria disabilità come un limite, ma di essere in grado di cogliere l’opportunità per migliorare la propria vita e soprattutto per cercare di fare qualcosa per gli altri. Credo che noi persone disabili siamo in grado vedere oltre, e solo un disabile è in grado di capire fino in fondo quali sono le esigenze e le necessità di chi vive questo tipo di condizione. In seguito al mio incidente ho imparato molto dalla vita e dalle immense potenzialità che gli essere umani hanno: sembra difficile da capire ma le sto mettendo in pratica più adesso da disabile che quando ero un normodotato.

Ho avuto l’incidente il 30 luglio del 2011, ho subito l’amputazione della gamba destra e 12 interventi per salvare la sinistra. Ho passato 4 mesi al Centro Traumatologico Ortopedico, ma già dopo 7 mesi dal mio incidente sono tornato in circuito al Mugello, e dopo 400 giorno ho fatto la mia prima gara dopo l’incidente.
Non sono un pazzo né un super uomo: sono solo convinto che se si desidera veramente qualcosa si può raggiungere, perciò è importante credere sempre in se stessi e non mollare mai!

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Lo sport come missione: Marco Pellizzon

…la disabilità in realtà ha pochi confini e la tecnologia può aiutare a superarli.

Abbiamo intervistato Marco Pellizzon, specialista di carrozzine e ausili per lo sport.

Quale percorso formativo hai seguito? Qual è la tua specializzazione?

Sono un ingegnere delle telecomunicazioni, specializzato in tecnologie per disabili: dopo il corso di laurea presso la facoltà di ingegneria dell’università di Pisa, ho seguito un master di un anno presso l’Università di Trieste per specializzarmi in tecnologie assistive per le disabilità.

La passione e l’interessamento specifico verso gli ausili per lo sport è il nato con il tempo, poiché sono appassionato di sport in generale.

 

Come viene pianificata la realizzazione e la personalizzazione di un ausilio per lo sport?

Carrozzina da TennisPrima di tutto è ovviamente necessario capire qual è la tipologia di attività sportiva che si vuole svolgere, poiché esistono carrozzine (e ausili in generale) con configurazioni e forme specifiche, che variano da sport a sport: ad esempio, le carrozzine da basket e quelle da tennis differiscono molto in forme e dimensioni.
In generale comunque realizzare un ausilio per lo sport significa costruire un dispositivo personalizzato al 100% e su misura rispetto alle caratteristiche fisiche e atletiche della persona; non esistono quindi delle procedure standard per pianificare la realizzazione di un ausilio per lo sport.

 

Come viene seguito il paziente una volta consegnato l’ausilio sportivo? Che tipo di supporto riceve?

Un ausilio per lo sport è un ausilio al quale vengono richieste maggiori prestazioni rispetto a un ausilio per la vita di tutti i giorni, per questo è molto più stressato e soggetto ad usura.

Ortopedia Michelotti si è quindi attrezzata per dare supporto tecnico costante anche dopo la consegna e spesso gli atleti vengono seguiti anche durante le competizioni.

 

Puoi raccontarci un caso particolare che ti ha particolarmente colpito?

Probabilmente quello di Massimiliano Mattei, un ragazzo paraplegico di Livorno a cui abbiamo realizzato un prototipo di scocca rigida per andare sul surf… un esempio di come la disabilità in realtà ha pochi confini e di come la tecnologia applicata a questo campo può aiutare a superarli.

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