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Il plantare sportivo: parla l’esperto Marco Davini

Per la rubrica approfondimenti, Michelotti intervista il suo esperto di plantari, il Dott. Marco Davini.

 

Plantare sportivo Michelotti

Che differenza c’è tra un plantare sportivo e un plantare classico? 

La differenza principale tra un plantare classico e uno sportivo sta nell’uso: mentre il primo accompagna la persona nella vita di tutti i giorni, il plantare sportivo deve rispondere alle sollecitazioni che il piede riceve durante l’attività sportiva, sollecitazioni ben più intense rispetto a quelle a cui viene sottoposto il piede normalmente. La differente risposta a questo tipo di attività viene fornita grazie all’uso di materiali differenti, spesso più flessibili e performanti, che possono variare anche in base al peso stesso della persona.

 

Quali passi vengono seguiti per la progettazione e la realizzazione di un plantare sportivo?

Prima di tutto viene fatta una visita baropodometrica per monitorare gli appoggi del piede, sia quando il paziente è fermo che quando è in movimento; a seguire viene presa l’impronta del piede in posizione neutra, con bende gessate o schiume fenoliche.

Una volta lavorato il gesso e preparato lo stampo, viene realizzato un plantare con anima flessibile e rivestimento più o meno spesso, in base allo sport specifico che l’atleta andrà a fare.

 

Qual è la vita media di un plantare di questo tipo?

Solitamente la durata di un plantare va in base all’utilizzo e al tipo di materiale con cui viene costruito, quindi l’età media può variare in base a molti fattori; sta di fatto che, ogni sei mesi a seguire, verrà effettuato un controllo, che ha il duplice scopo di controllare lo stato del prodotto e di mantenere un rapporto duraturo e costante con il cliente.

 

Se avessi bisogno di un plantare sportivo, cosa posso fare per averne uno su misura?

Sicuramente il primo passo verso un piede più sano è quello di contattarci subito e prendere appuntamento per un’analisi strumentale!

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Le sfide: intervista a Emiliano Malagoli

Non sono un pazzo né un super uomo: sono solo convinto che se si desidera veramente qualcosa si può raggiungere, perciò è importante credere sempre in se stessi e non mollare mai!

Abbiamo intervistato Emiliano Malagoli, un ragazzo appassionato di motociclismo che nel 2011 ha perso la gamba destra a seguito di un incidente in moto, ma non per questo ha perso la voglia di correre e di gareggiare in sella alla sua Ducati.

Ecco la sua testimonianza.

Emiliano Malagoli

Emiliano Malagoli

Nome, età, impiego attuale?
Mi chiamo Emiliano Malagoli , ho 39 anni e seguo a tempo pieno le attività della Onlus Diversamente Disabili www.diversamentedisabili.it 

Come affronti la disabilità nel quotidiano?
Sin dal primo giorno ho affrontato la mia disabilità in maniera positiva, anche perché a farsene un problema non si fa che peggiorare le cose. Da qui nasce il mio impegno quotidiano ad agevolare la vita delle persone disabili attraverso la mia passione, ovvero il motociclismo: il mio impegno nell’ambiente delle due ruote per disabili ottiene risultati sia a livello civile (patenti per persone con disabilità) sia a livello sportivo, avendo creato il primo campionato al mondo di piloti artolesi o portatori di protesi.

Come hai conosciuto Ortopedia Michelotti? Che supporto ti ha offerto?
Conoscevo già di nome Ortopedia Michelotti poiché abito in Toscana. Con l’incidente ho commissionato la mia prima protesi a un altro Centro ortopedico, ma in seguito ho potuto apprezzare le notevoli differenze rispetto al centro precedente: Michelotti ti segue e ti ascolta come persona, come essere umano e non come un numero. Inoltre, la disponibilità che ho ricevuto dallo staff Michelotti non ha rivali.

Cosa ti ha spinto a fondare l’associazione Di.Di., e di cosa si tratta esattamente?
Ciò che mi ha spinto a fondare questa associazione a supporto dei disabili è stato il livello di confusione e poca chiarezza che Italia c’è sull’argomento patenti con disabilità. Nonostante esista una legge ben scritta, ogni motorizzazione e commissione medica applica la legge a suo piacimento: ad esempio, non è infrequente che un disabile ottenga informazioni diametralmente differenti a seconda di quale commissione medica regionale o provinciale consulti. Inoltre, a livello sportivo, non esisteva ancora alcuna associazione riguardo al motociclismo per disabili: da qui l’ idea di creare corsi in pista e un campionato dedicato, il primo al mondo. In un solo anno siamo passati da 3 a 25 piloti. Penso che stiamo facendo un ottimo lavoro, calcolando le ingenti spese e nessun aiuto da parte di istituzioni o CIP.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I miei progetti futuri mirano a migliorare la vita delle persone disabili e permettere loro di seguire le proprie passioni; vorrei riuscire a incrementare le attività della ONLUS con corsi con moto multiadattate; mi piacerebbe anche organizzare incontri di educazione stradale nelle scuole, perché credo che non ci sia miglior lezione che quella fatta da chi veramente in strada ha perso una parte di se stesso: l’esperienza pratica vale più di molta teoria.

Che messaggio vorresti lasciare a chi si trova ad affrontare una disabilità?
Il mio consiglio per un disabile è quello di non vedere la propria disabilità come un limite, ma di essere in grado di cogliere l’opportunità per migliorare la propria vita e soprattutto per cercare di fare qualcosa per gli altri. Credo che noi persone disabili siamo in grado vedere oltre, e solo un disabile è in grado di capire fino in fondo quali sono le esigenze e le necessità di chi vive questo tipo di condizione. In seguito al mio incidente ho imparato molto dalla vita e dalle immense potenzialità che gli essere umani hanno: sembra difficile da capire ma le sto mettendo in pratica più adesso da disabile che quando ero un normodotato.

Ho avuto l’incidente il 30 luglio del 2011, ho subito l’amputazione della gamba destra e 12 interventi per salvare la sinistra. Ho passato 4 mesi al Centro Traumatologico Ortopedico, ma già dopo 7 mesi dal mio incidente sono tornato in circuito al Mugello, e dopo 400 giorno ho fatto la mia prima gara dopo l’incidente.
Non sono un pazzo né un super uomo: sono solo convinto che se si desidera veramente qualcosa si può raggiungere, perciò è importante credere sempre in se stessi e non mollare mai!

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Lo sport come missione: Marco Pellizzon

…la disabilità in realtà ha pochi confini e la tecnologia può aiutare a superarli.

Abbiamo intervistato Marco Pellizzon, specialista di carrozzine e ausili per lo sport.

Quale percorso formativo hai seguito? Qual è la tua specializzazione?

Sono un ingegnere delle telecomunicazioni, specializzato in tecnologie per disabili: dopo il corso di laurea presso la facoltà di ingegneria dell’università di Pisa, ho seguito un master di un anno presso l’Università di Trieste per specializzarmi in tecnologie assistive per le disabilità.

La passione e l’interessamento specifico verso gli ausili per lo sport è il nato con il tempo, poiché sono appassionato di sport in generale.

 

Come viene pianificata la realizzazione e la personalizzazione di un ausilio per lo sport?

Carrozzina da TennisPrima di tutto è ovviamente necessario capire qual è la tipologia di attività sportiva che si vuole svolgere, poiché esistono carrozzine (e ausili in generale) con configurazioni e forme specifiche, che variano da sport a sport: ad esempio, le carrozzine da basket e quelle da tennis differiscono molto in forme e dimensioni.
In generale comunque realizzare un ausilio per lo sport significa costruire un dispositivo personalizzato al 100% e su misura rispetto alle caratteristiche fisiche e atletiche della persona; non esistono quindi delle procedure standard per pianificare la realizzazione di un ausilio per lo sport.

 

Come viene seguito il paziente una volta consegnato l’ausilio sportivo? Che tipo di supporto riceve?

Un ausilio per lo sport è un ausilio al quale vengono richieste maggiori prestazioni rispetto a un ausilio per la vita di tutti i giorni, per questo è molto più stressato e soggetto ad usura.

Ortopedia Michelotti si è quindi attrezzata per dare supporto tecnico costante anche dopo la consegna e spesso gli atleti vengono seguiti anche durante le competizioni.

 

Puoi raccontarci un caso particolare che ti ha particolarmente colpito?

Probabilmente quello di Massimiliano Mattei, un ragazzo paraplegico di Livorno a cui abbiamo realizzato un prototipo di scocca rigida per andare sul surf… un esempio di come la disabilità in realtà ha pochi confini e di come la tecnologia applicata a questo campo può aiutare a superarli.

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